Crema di caffè e fiorini

Qualsiasi variante dell’espresso mi ha sempre disgustata. A me piace semplice, assoluto, possibilmente ben fatto. No macchiato, schiumato, in vetro, con panna, corretto, meno che mai nelle versioni alternative come il ginseng o la crema di caffè. La mia amica Roberta al liceo era pazza per la crema di caffè, “Eraclea, la migliore”. Ogni tanto la bevevo insieme a lei, per compagnia, ma non mi è mai piaciuta. Il ginseng lo trovo ancora peggio, una mistura dolciastra di latte in polvere e altri ingredienti di bassa qualità, ma per un periodo, quando avevo voglia di una “coccola”, l’ho bevuto.

L’ho fatto anche qualche settimana fa, perché avevo già preso un espresso e avevo ancora la bocca impastata. “Ginseng?!”, mi ha chiesto il mio compagno stupito. “Ma sì”. Mi piace andare al bar il pomeriggio, mi ricorda l’adolescenza, il liceo. Mi riporta indietro al bar di fronte alla biblioteca in piazza, insieme alle amiche: cappuccini e due sigarette, “perché sì, dopo il cappuccino ne servono due”, rideva Alessandra. Alle volte anche un dolcetto, un cannolino al cioccolato bianco. Restavamo quasi tutto il tempo al bar, nonostante le buone intenzioni “Sì,sì, oggi studiamo… fra quanto una pausa?”. E la pausa non finiva più e andava bene ugualmente. Erano attimi di gioventù rubata, rosicchiata di nascosto, alla luce del sole ma sapendo di non doverlo fare. Era la ribellione più ingenua, a tratti ridicola, eppure così potente.

Altro periodo, altro bar. Con R., che allora era il mio fidanzato, il mio grande amore. Caffè e basta, niente latte ma con zucchero di canna, che ci sembrava migliore. Spesso c’erano anche gli amici, Ciccio sempre il marocchino, Federico espresso, gli altri variavano di volta in volta, Silvia e Alessandro si concedevano la cioccolata calda. Poi si fumava, si parlava, si rideva: era tutto ciò che potevamo fare e ci sembrava uno dei più grandi piaceri della vita. Probabilmente lo era davvero.

Oggi R. è ancora – di nuovo – il mio fidanzato, il mio compagno e insieme beviamo caffè espresso senza niente, neanche lo zucchero. Io spesso faccio smorfie, perché raramente lo trovo buono. Lui lo sa, se le aspetta, vuole le facce buffe, alle volte le faccio apposta, in alcuni casi lascio gli ultimi sorsi e poi usciamo di corsa. Ci siamo rivisti dopo tanti anni proprio per un caffè: che altro, altrimenti? Il caffè lo si condivide sempre, aiuta a rompere il ghiaccio, non è formale né impegnativo. Ma è pur sempre un caffè da bere insieme, seduti al tavolino, un po’ una promessa, un po’ un aiuto. Sta lì, è breve, ma se rimani seduto a lungo allora hai intenzioni serie.

Quel giorno di ottobre 2017, a sette anni di distanza dai caffè insieme agli amici, rimanemmo più di due ore seduti al bar, probabilmente anche tre. Due espressi, niente zucchero.

Altra cosa che non amo, insieme alla crema di caffè, sono i centri commerciali. Ne ho uno vicino casa, ogni tanto lo frequento, è comodo per regali dell’ultimo minuto e non posso negarlo. L’unico dentista aperto in zona di domenica era lì, così siamo andati. Mentre R. aspettava il suo turno ho fatto una spesa senza senso all’Ipercoop e poi ho iniziato a frugare le tasche in cerca di monete per prendere un caffè. Quella destra interna del cappotto nero è rotta da anni, “sì poi la sistemerò”, e so già che rimarrà così per sempre. Sento tintinnare qualcosa, monetine piccole. Peccato.

Oltre ai 10 centesimi, sono usciti fuori anche i fiorini ungheresi. Tuffo al cuore. Prima vacanza all’estero insieme, scelta senza pensare: R. era in stage, non conosceva i giorni di ferie, ci siamo ridotti all’ultimo e abbiamo preso la tappa più economica su Skyscanner. Agosto 2018, 5 cinque giorni a Budapest con un caldo indecente e un tasso di umidità in grado di uccidere un alligatore. Scatto la foto e la mando a R. in sala d’attesa: “Non riuscivamo proprio a spenderli!”. È vero, cambiammo pochi soldi e l’ultimo giorno ci avanzavano ancora, così iniziammo a fare i regali più assurdi. “Poi Londra, eh, voglio vederla con i tuoi occhi”, mi disse. E così, l’anno seguente, ci andammo: 4 giorni a giugno a divertirci come pazzi e bere fiumi di birra, a spasso per i miei ricordi universitari, mentre intanto se ne formavano di nuovi senza che ce ne accorgessimo. Anche quell’estate fu complicato gestire le vacanze, R. aveva cambiato lavoro e aspettava di avere notizie. Ma a chi importava? Una meta a caso andava bene, tanto poi ci sarebbe stato tempo per viaggiare ancora, altri weekend improvvisati, alberghi prenotati di sera dopo un bicchiere di troppo, travolti dall’euforia del momento e l’entusiasmo di prendere la macchina e partire, fuggendo dalla città per una notte. Ci sarebbe stato ancora l’Abruzzo, sempre lì ad aspettarci e accoglierci a braccia aperte, ci sarebbe stata Verona, “non ci sono mai stato”, ma come? Io moltissime volte, conosco tanti posticini carini per dormire”, e magari avrei incontrato pure Michela, “sìsì, fammi sapere che da Milano vi raggiungiamo facilmente…” . Avevamo prenotato un b&b per il weekend del 7 e 8 marzo 2020, treno Italo Roma Termini – Verona Porta Nuova in offerta. “Che dici, rimandiamo?”, Ma sì, poi al Nord hai visto che situazione? Meglio non rischiare… ci andiamo più in là”. Michela mi disse che era meglio così, “qui sono impazziti”. Roberta intanto mi raccontava dell’Esselunga senza bottiglie d’acqua e io, scherzando, “vedi perché non conviene comprare l’acqua confezionata?”.

Rimetto il fiorino in tasca e mi dirigo verso il bar. C’è gente, sono al chiuso, forse meglio evitare. In bella vista, il cartonato di una crema di caffè marchio Foodness sembra strizzarmi l’occhio. Ho bisogno di qualcosa di fresco. Abbasso la Ffp2, la crema è tanta e dopo un paio di cucchiaiate mi stufa, ma continuo a mandare giù.

Che in questi momenti senza leggerezza, la spensieratezza va inventata.

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