Giocattoli da maschio e giocattoli da femmina

Non sono una mamma, né una psicologa. Non posso dare chissà quali consigli, ma posso raccontare la mia esperienza. Perché sono stata bambina. Spesso l’unica in mezzo a tanti maschi.

Se come me siete figli degli anni ’90 ve li ricordate per forza: gli Street Sharks erano uno dei cartoni cult del tempo. Dei fratelli trasformati in squali da un “pazzoide, astuto e genialoide” (una delle migliori sigle di sempre) si impegnano per combattere il dottore Paradigm. Il più bello per me era Rox: un personaggio arrivato dopo, un ragazzo per sbaglio tramutato in squalo e che stringe un bel rapporto con gli Street Sharks, suonando con loro alcuni concerti rock. Con la sua bellissima chitarra e la lunga capigliatura da vera rock star.

Mi piacevano così tanto che non appena uscirono le versioni giocattolo, pregai i miei di comprarmene uno (Rox, ovviamente). Lo amavo così tanto da portarlo anche in spiaggia, dove andavo tutti i giorni con mia madre e spesso con un paio di sue amiche, entrambe con figli maschi: Simone e Federico. Anche loro avevano i pupazzi Street Sharks, non ricordo quali personaggi. Un giorno mi avvicino con il mio Rox per giocare insieme e vengo cacciata, “perché sei femmina. Questo è un gioco da maschi”.

Ricordo ancora quel momento: non ero triste né offesa, ero veramente indignata, perché percepivo che ci fosse qualcosa di sbagliato, che non quadrava. Ma non è questo il punto: me ne tornai a giocare da sola con Rox e borbottai un “Maledetti maschi” (sì, usavo un linguaggio piuttosto teatrale per la mia età, colpa dei film). E venni sgridata. Da mia madre, ma soprattutto dalla mamma di Federico: “Non si dice”. Spiegai le mie ragioni, loro mi dissero di non badare al fatto che mi avessero cacciata, e poi continuarono a dirmi che non si fa, che è una brutta parola, che avevo detto una cosa grave.

Insomma, io ero la colpevole. Un classico esempio di sessismo (involontario, per carità) di cui neanche ci rendiamo conto.

Continuai a giocare con gli Street Sharks, comunque. E con le macchinette, le manette e le pistole, le costruzioni, il pongo, poche Barbie, molte di seconda mano passate dalle altre mamme. Non ho mai avuto né voluto il camper di Barbie: preferivo farla sedere a bordo della mia Ferrari rossa fiammante. Disegnavo moltissimo da bambina. Avevo un’amica, Sonia, particolarmente creativa: con lei inventavamo giochi di ogni tipo, perlopiù senza usare niente o al massimo un bicchiere con uno spago. Era tutta fantasia. Disegnavo fumetti, per un periodo (o meglio, io li consideravo tali), scrivevo tantissimo, già da piccola: non facevo altro che scrivere. Sul diario, sui fogli, sulle agende. Il mio gioco preferito (che poi non era un gioco) era il bancoscuola. Giocavo “alla segretaria” con le vecchie agende di nonna ma anche “al poliziotto” con le mie pistole giocattolo e “alla guerra” con le pistole ad acqua in spiaggia.

Costruivo il recinto per gli animali della fattoria con i lego insieme a papà, leggevo le favole con mamma, indossavo i tacchi di nonna insieme a mia cugina piccola, cercando di non cadere. Detestavo la principessa Sissi, ma adoravo quelle Disney. La mia preferita era Belle, perché amava leggere, perché era sensibile (e, diciamocelo, alla fine il Principe di Belle era il più figo di tutti, altro che quello sbarbatello di Biancaneve), seguita da Ariel, perché era una sirena: a chi non piacciono le sirene? I miei cartoni preferiti però non erano quelli con le principesse: Peter Pan, poi Robin Hood. Peter Pan perché mi faceva sognare, Robin Hood perché il mio giovane spirito battagliero adorava lo slogan “ruba ai ricchi per dare ai poveri”. Il mio colore preferito è sempre stato il verde, anche se da piccolissima pare amassi molto il fucsia.

Giocavo con giocattoli da maschio e con giocattoli da femmina. Ed ero felice, tranne quando mi sentivo dire che quello che mi piaceva e faceva stare bene era “sbagliato”.

Non sono mamma, non so dirvi come parlare ai vostri figli. Ma sono stata bambina, una bambina al tempo considerata “maschiaccio”, e posso dirvi cosa non fare. Per esempio, usare espressioni come “da maschio” e “da femmina”. Perché magari il più delle volte – come nel mio caso – non hanno particolari conseguenze, ma altre possono fare malissimo. E anche perché siamo nel 2020: è veramente ora di smetterla.

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