Il cielo su Roma

L’ho persa. Non per sempre, ma comunque è andata: la mia prima giornata di primavera a Roma. Questa non coincide con il 21 marzo né con il primo sole: è una combinazione di elementi che, in me, segnano l’inizio della nuova stagione.

Intanto, accade solitamente mentre sto guidando, di ritorno dall’ufficio. Il tramonto è passato, è l’ora del crepuscolo, l’ora più bella. E non sto nel centro storico, non sono fra edifici antichi, chiese e vicoli che mozzano il fiato ogni volta. Sono semplicemente in strada, ma il cielo su Roma è bello ovunque, in periferia così come a Trastevere. Abbasso il finestrino, l’aria è tiepida, la smetto con la mia musica, accendo la radio e lascio che sia il caso a scegliere per me. Penso che forse è stasera sarà meglio uscire e godersi la serata, anziché mangiare a casa. Penso che a breve dovremmo organizzare una bella gita fuori porta. Penso che è ora di programmare un bel viaggio. La luce è quella: è odore di primavera.

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Ora, io non metto in dubbio che anche le vostre città regalino tramonti o albe meravigliose. Suggestive e incantevoli in montagna, romantiche e nostalgiche al mare, eleganti e austere nelle città medioevali, accoglienti e familiari nei piccoli borghi. Però, ve lo garantisco, le sfumature color arancio su Roma sono ben altra cosa (e sono talmente belle che non ho neanche una foto sul telefono da mostrarvi, forse perché mi sono sempre goduta il momento).

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Che poi, io tutto questo campanilismo non l’ho mai avuto. A dire il vero, non ce l’ho neanche ora. Non credo sia la città più bella del mondo, non ho questa arroganza. Non ho mai pronunciato la frase “Roma caput mundi” in vita mia e non la chiamo La Capitale. Non vivo di un passato glorioso troppo lontano a cui trovo ridicolo fare costante riferimento, né credo che la sua (oggettiva) bellezza possa oscurare tutti i (tantissimi) difetti che ha. Maestosi pure quelli, come i monumenti, come le buche in strada: qui è tutto maxi formato. Tutto troppo, tutto eccessivo. Gli anni di politiche sbagliate che hanno lasciato delle voragine insanabili, le condizioni in cui vertono tantissimi quartieri, l’incuria più totale, la sciatteria, per non parlare del problema dell’immondizia (o monnezza, che dir si voglia).

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Non sono una romana particolarmente fiera od orgogliosa, e penso (so) che potrei benissimo vivere in molte altre città italiane o straniere ed essere felice. Il punto non è l’attaccamento alla mia città, né quanto sia più o meno bella. Il punto è il tipo di bellezza che emana, che le appartiene, che ti sbatte in faccia ogni volta, capricciosa e viziata. Una bellezza eccessiva, sfacciata, prepotente, insolente. Non è una bellezza discreta, elegante, sobria. È impertinente, audace, sfrontata. E di fronte a una bellezza del genere non puoi rimanere impassibile. Puoi non reggerne il peso, puoi scegliere di abbandonarla e non voltarti indietro, ma non puoi ignorarla la Bellezza. Non una così.

Trovo Milano bellissima (segnatevelo bene questo momento, perché raramente vi capiterà di sentire un romano dire una cosa del genere). Verona magica e briosa, Firenze splendida, divina, di una bellezza assoluta, forse l’unica che si avvicina a quel tipo di bellezza spudorata che vedo in Roma. Sono innamorata di ogni singolo borgo italiano, dei paesini dove mi rifugio per ritrovare la calma, vorrei vivere nel verde ma sono anche legata al mare. Trovo Napoli affascinante e ho pianto quando me ne sono andata da Catania. Potrei continuare all’infinito, ma la protagonista oggi è lei, una signora di cui parlo raramente ma a cui voglio un gran bene.

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Quanto mi piace Roma al tramonto, anzi, al crepuscolo. Mi piace Campo de’ Fiori illuminata, il “Cuppolone” la sera che sembra avvolgerti e cullarti, il lungotevere tinto di rosso, ma mi piace ancora di più la Roma non turistica, quella meno battuta. Mi piace San Paolo, quartiere popolare di Roma Sud che conosco come le mie tasche, Garbatella con la sua anima verace, il suo spirito unico che la fa sembrare un paesino nel cuore della città, Centocelle con il suo carattere schietto e sincero, una Centocelle ben lontana dai racconti di Pasolini, onesta come un amico e generosa come una madre. Amo tutta la parte di viale Marconi e dintorni, covo di studenti fuori sede che però non si è mai trasformato in “zona universitaria”. E Testaccio: storico, solenne, autentico. Con le pizzette rosse unte d’olio del bar, il mercato rionale più goloso che ci sia e i negozi che conservano ancora le insegne storiche di un tempo.

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La street art del Trullo, con i suoi ormai famosi poeti “metroromantici”, ma anche quella di Ostiense, quartiere che ho setacciato in lungo e in largo in questi ultimi anni, la salita di Sant’Onofrio al Gianicolo, che ti porta a uno dei punti panoramici più belli della città, Villa Torlonia con la sua Casina delle Civette, un’oasi di pace spesso dimenticata in favore di tante altre attrattive. Il Buco della Serratura in Piazza dei Cavalieri di Malta; se non ci siete mai stati, andateci, attendete pazientemente il vostro turno e poi sbirciate da questa serratura: dall’altra parte troverete la Cupola di San Pietro ad attendervi. E poi fate una passeggiata al Parco degli Aranci, a Villa Pamphili, al Parco degli Acquedotti. E poi perdetevi. Passeggiate senza una meta, senza controllare costantemente il navigatore e lasciatevi sorprendere, che qui dietro ogni vicolo, si nascone un pezzo di storia da scoprire. Come l’antica Farmacia di Santa Maria della Scala o i piccoli forni dell’angolo che producono biscotti fatti a mano davanti ai vostri occhi. 

Che strano, eh? Avere nostalgia della propria città, pur standoci dentro.

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Mi piace tanto Roma al tramonto, ma sapeste quanto è bella di prima mattina, ancora mezza addormentata. E sapeste quanto è bella ora, solo nostra… è un commento inopportuno, lo so, e a dire il vero non vedo l’ora che ricominci il flusso turistico, reale segno di ritorno alla normalità. Però è più forte di me (di tutti): vederla così “vuota” è un privilegio che non credo (spero) avremo ancora. Perdonatemi se questo pensiero vi sembra fuori luogo, ma intanto io me la godo così, questa bella signora.

Che quanno me ricapita?

Esco di casa e ci sto dentro,

La mia città grande quanto è grande il mondo,

A volte mi ci perdo non la conosco fino in fondo

Eppure so quanto Roma capoccia è splendida al tramonto

Per molti un vanto, riflessa nello specchio dei negozi

Persa in mille vizi, troppi pezzi, troppi palazzi, mille facce

Ma Roma se ne frega in cambio dalla notte che ti invita

Fredda che quel freddo ti rimane

A volte così calda che quel freddo te lo fa scordare,

Così viziata e vissuta nello stesso tempo

Insegna quante volte c’hai da esse’ svelto

Ma dimmi quante volte hai visto il cielo sopra Roma e hai detto “Quant’è bello”

Viettelo a vede’ dall’alto, scavalca il muro al foro e viemme accanto

Tutto quello che mi serve sotto il cielo della mia città

(Il Cielo su Roma, Colle der Fomento)

2 pensieri riguardo “Il cielo su Roma

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