Chissà se ce ne ricorderemo

Il paragone col periodo di guerra dei nostri nonni è romantico, nostalgico, ma davvero poco credibile. Azzeccato in parte, forse, ma qui non ci sono tessere limitazioni sul cibo, restrizioni, fame, carestia, norme per il razionamento. Certo, i tempi sono cambiati, com’è che si dice? A ognuno il suo, giusto? Ma pure contestualizzando, facendo le dovute proporzioni, faccio a fatica a vedere in questo momento di crisi – perché di questo si tratta e lungi da me sminuirla – un qualcosa di paragonabile con la guerra.

In guerra, poi, ci si batte. Noi abbiamo poche armi, non conosciamo neanche il nemico ancora. E questo è uno dei punti che a me fa più paura: la consapevolezza di non sapere. Leggo tanto al riguardo, non solo notizie ma anche tesi, opinioni e teorie di scienziati, economi, medici, giornalisti… un solo punto le accomuna tutte: la poca conoscenza dell’argomento. Anche i più esperti, i più bravi, i più preparati sanno ancora troppo poco su questo maledetto Covid-19. Ed è per questo che a me continua a far paura, e per questo cerco di evitare di pensarci costantemente, tentando di vivere la vita non come se niente fosse ma come se tutto possa tornare presto alla normalità.

Eppure, per quanto vogliamo ignorarla, la pandemia ci perseguita. E non mi riferisco ai bollettini di guerra alla tv, allo sciacallaggio mediatico né al costante parlare di questo argomento (fateci caso: quelli che, come me, dicono di non volerne parlare sempre, alla fine sono gli stessi che tirano fuori il discorso). La pandemia bussa alla porta ogni giorno, quando apriamo la dispensa e ci ricordiamo che mancano i ceci ma sappiamo che non è tempo di spesa, quando finisce il caffè e ci sentiamo stupidi per non essercene accorti prima, per non esserci organizzati meglio, quando il sole non batte sul nostro balcone e ci sentiamo in trappola. Non sto soffrendo particolarmente la quarantena, anzi: la sto vivendo bene e, per ora, non mi mancano molto le vecchie abitudini. Però ci sono stati – e ci saranno – dei momenti di sconforto, di alienazione, di disagio. Ecco, questo forse è il miglior modo per descrivere come mi sento alle volte: a disagio. A disagio per non poter scendere solo per fare due passi, per non poter “andare al volo” a prendere la farina, a disagio perché alterno momenti di assoluta normalità ad altri di ansia, a disagio se penso ai miei nonni anziani, alle mie amiche in gravidanza, alle persone più deboli. A disagio quando alle volte mi ritrovo a sperare che questa emergenza possa portare a qualcosa di buono.

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Delivery della mia pasticceria vegana del cuore

Ecco, non so se accadrà. Non so se riusciremo davvero a mantenere (sempre a patto che ci sia ora…) una maggiore attenzione agli sprechi, se riusciremo a ripensare il modo di fare la spesa, a comprendere l’importanza del nostro ruolo da consumatori. In questo spero un po’ meno, ma inizio a sperare che, quanto meno, ce ne ricorderemo.

Ci ricorderemo di quando non potevamo abbracciarci, di quando ci siamo ritrovati da un giorno all’altro soli. Ci ricorderemo di quando abbiamo imparato a fare i dolci senza lievito, il pane con il bicarbonato, di quando abbiamo trovato le altre mille funzioni di un barattolo di vetro. Ci ricorderemo di quando siamo sopravvissuti anche senza tre spray diversi per ogni tipo di superficie? E di quando abbiamo organizzato un pranzo della domenica in casa che non aveva nulla da invidiare a quello di una trattoria? Ci ricorderemo di quella volta in cui siamo stati seduti sul divano per un’ora a far nulla, senza sensi di colpa, senza ansia di dover produrre, fare, cucinare, investire il tempo in qualcosa di migliore? E del giorno in cui abbiamo scoperto quante persone abbiamo con cui condividere, seppur a distanza, la nostra giornata?

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Pappardelle acqua e farina fatte in casa ai funghi porcini

Chissà se ci ricorderemo pure del giorno in cui ci siamo accorti che la campagna #iorestoacasa per molte donne rappresentava una minaccia e non un segno di resistenza. Chissà se ci ricorderemo di quando abbiamo capito che per ogni nostro #iorestoacasa, c’era qualcuno costretto a rimanere in strada, perché una casa non ce l’aveva. Ce lo ricorderemo, vero, di quando abbiamo capito di essere fortunati?

Il mio augurio, ormai, è solo questo. E non andrà proprio tutto bene, perché abbiamo già pianto molte, troppe persone. Ma andrà, finirà. E, magari, ci porteremo dietro qualcosa. Chissà.

4 pensieri riguardo “Chissà se ce ne ricorderemo

  1. Il covid ha distrutto il paese psicologicamente ed economicamente parlando chiudendo tutti in uno scenario surreale come in un film di fantascienza.Solo alcuni aspetti somigliano vagamente alla guerra in effetti un paragone “pieno”non è proprio adeguata.

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