Autoproduzione (seconda parte). Perché non è (e non deve essere) l’unica opzione

Molti dicono che sia questione di tempo. Questo tempo che sembra mancarci sempre e invece c’è: ne abbiamo più di quanto pensiamo. Invece io penso sia più una questione di esigenze. Intoccabili, sacrosante esigenze.

“Prima” si faceva tutto. Uso le virgolette perché quando ci si riferisce al passato si è sempre un po’ vaghi. Come fosse un tempo indefinito, sospeso, circoscritto alla nostra immaginazione. Un “prima” che sa di ieri ma anche di decenni fa. Insomma, “prima” non era così. “Prima” era tutto più facile. “Prima” si facevano più figli, con più disinvoltura, le donne erano in grado di gestirli tutti. Ebbene, vi svelerò un segreto: si può fare – condizioni economiche e fisiche permettendo – anche ora. Si può scegliere di fare un figlio da giovani, si può scegliere di avere una famiglia numerosa, si può scegliere di tornare a fare il pane in casa tutti i giorni, si può scegliere di curare l’orto, si può scegliere di coltivare erbe aromatiche in casa.

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Tutto si può fare. Alle volte, semplicemente, non ci va. E non c’è niente di male in questo. Lo ribadisco di nuovo: reclamo a gran voce il mio diritto alla pigrizia. O meglio, il mio diritto al non avere voglia. A non aver voglia di fare un deodorante in casa, a non aver voglia di sperimentare con materie prime mai viste prima, a non aver voglia di preparare i grissini. O meglio ancora: ad avere di meglio da fare.

Tutto si può fare, il tempo in qualche modo si trova. Il tempo c’è, per i figli così come per la campagna, ma non sempre c’è la voglia. O magari non è così forte da sovrastare altri bisogni. I nostri fottutissimi sacrosanti bisogni.

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Torniamo al paragone con la famiglia (e non voglio – non ora – addentrarmi a fondo nell’argomento, perché è complesso e intricato, per cui per favore limitatevi a seguire il confronto, senza aprire un dibattito sul senso materno o altro). Parlo di me, per esempio. Se volessi, potrei avere un figlio. Se volessi, potrei averne due. Forse anche tre. Sarei in grado di seguirli? Sì, con l’aiuto (economico ma anche morale) della mia famiglia. Potrei farlo. Potrei fare il primo ora, in questo istante. Il secondo fra qualche anno. Il terzo poco dopo. Magari un quarto. Ma – tralasciando il fatto che non credo di volere una famiglia così numerosa – dubito che tutto questo accadrà. E non perché penso di non essere in grado di “gestire” la situazione: come spesso si dice, “prima” le nostre nonne gestivano tutto, 4 o 5 figli, spesso senza un quattrino. Non accadrà perché per farlo dovrei rinunciare a molto altro.

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Perdonate il paragone complicato e forse inopportuno, ma cercate di seguirmi: in proporzioni molto ridotte, per me l’autoproduzione rappresenta un po’ la stessa cosa. Potrei fare tutto, il tempo posso ricavarlo: potrei fare deodorante, dentifricio, bagnoschiuma, anche il makeup, detersivi per la casa, saponi, giocattoli, librerie, potrei fare mobili fatti in casa (verrebbero brutti e storti, ma con l’aiuto del compagno ingegnere forse reggerebbero). Potrei fare tutto in casa, se solo volessi.

Se solo volessi rinunciare all’aperitivo con le amiche. Se solo volessi rinunciare alla cena fuori con il mio compagno. Se solo volessi rinunciare a quell’episodio in più della mia serie TV del cuore. Se solo volessi rinunciare a una pizza presa a portar via da gustare seduti sul divano, alla fine di una settimana stancante. Una pizza nel cartone, per niente zero waste, ma tanto pratica e comoda.

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“Prima” si faceva tutto, ma si avevano anche meno necessità. Tornando ai figli, le donne non avevano di certo voglia di uscire, concedersi una serata fuori: era impensabile. Non avevano voglia di vedersi un film in santa pace, di finire quel libro lasciato sul comodino. Vivevano per i figli, il marito, la casa. Vivevano per la casa. Facevano tutto in casa e per la casa. Per risparmiare, per offrire alla famiglia prodotti più “genuini”. Erano donne funzionali: servivano a mandare avanti il sistema famiglia.

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Grazie al cielo, non siamo più così. Non siamo madri, non siamo mogli, non siamo figlie, non siamo nuore, non siamo suocere. Siamo donne. Donne e basta. Ovviamente, il femminismo con l’autoproduzione non c’entra un bel niente, lo so, ma mi rifiuto di leggere ancora commenti di donne che invitano le altre donne a “provare”, tentare ancora, “trovare il tempo”. Leggo sempre di più commenti simili ovunque in rete: “Ritroviamo il tempo per…” fare il pane, la pasta, creare giochi da tavola. Ma chi ve lo dice che il tempo non ce l’abbiamo? Magari vogliamo impiegarlo per fare altro. Certo, per raggiungere uno stile di vita sostenibile bisogna impegnarsi, ma non possiamo conoscere gli sforzi degli altri, non possiamo commentare, giudicare, insistere. Magari quella donna che si rifiuta di farsi il balsamo labbra in casa ha appena finito di leggere un libro sulla dieta vegetariana e scelto di rinunciare alla carne, in nome dell’ambientalismo.

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Altro – e ultimo – punto: ho sempre detto che non possiamo additare il sistema, che siamo noi a dover fare la nostra parte, ed è tutto vero. Ma è altrettanto vero che oggi, nel 2019, dobbiamo pretendere di avere opzioni sostenibili in commercio. Autoprodurre può essere una soluzione per chi vuole farlo, ma non può essere l’unica scelta. Non siamo al tempo delle nostre nonne, il “prima” è finito e tornare indietro è impossibile (e comunque non avrebbe senso, perché non era tutto rosa e fiori “prima”, solo perché l’aria era leggermente meno inquinata. Che poi, lo era davvero?).

Dobbiamo pretendere prodotti di qualità. Dobbiamo incazzarci. Dobbiamo protestare. Dobbiamo reclamare. Non additare chi non ha voglia di lavorare a maglia.

6 pensieri riguardo “Autoproduzione (seconda parte). Perché non è (e non deve essere) l’unica opzione

  1. E’ vero che “prima” era diverso – e sì, io sono la… prima a fare questo discorso, solo ed esclusivamente perché ci credo. Lo era nel bene, in termini di genuinità e di valori, ma lo era – e questo tendiamo a dimenticarcelo – anche nel male: il sistema-famiglia era differente, era sostenibile perché normale (normale era anche vivere con poco o pochissimo, non si trattava di fare la scelta della rinuncia). Ma era anche un obbligo, un puzzle nel quale, se non riuscivi ad incastrarti perché magari non faceva per te, perdevi sostegno – e persino significato.
    Per limitarci al discorso figli e famiglia, appunto.

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  2. Come sempre quanta sincerità. Io mi sento cosi distante da tante “partiti presi”, sono arrivata fino ad oggi senza mai pormi il problema delle tappe obbligate. Sarà troppo tardi? Chissà. Ma la libertà non ha prezzo. Il sentirsi liberi non ha prezzo. Sì, anche se la libertà è quella di scegliere se autoprodursi un sapone oppure sedersi sul divano davanti al programma preferito!!
    Alice

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