Autoproduzione (prima parte). È davvero la scelta più sostenibile?

Rispondo subito: no. Non un “no” assoluto, ma comunque no. Non sempre, almeno. Cercherò di essere quanto più schematica possibile (è un tema complesso, che affronterò in due puntate). Una breve specifica, prima di andare avanti: non ho niente contro chi autoproduce. Contro l’arroganza e il senso di superiorità che spesso accompagna questa pratica, invece, sì (avrò pure chiuso il profilo Instagram, ma di certo non la mia battaglia personale contro lo stereotipo di zero waster perfettino).

E ora cominciamo.

Autoproduzione in cucina: pane, bevande, snack

Intanto, perché non chiamarla – semplicemente – cucina? Fare il pane in casa, preparare i biscotti, la maionese sono azioni che rientrano nell’atto di cucinare. Perché, seguendo questa logica, altrimenti dovremmo parlare anche di “autoproduzione di amatriciana”, “autoproduzione di ragù”, “autoproduzione di zucchine grigliate”. Ma andiamo avanti, che il discorso è lungo.

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(Tre tipologie di pane squisito fatto da un fornaio speciale)

Il pane

Se avete una passione per l’arte bianca, se avete un lievito madre a cui siete affezionati, se vi va di farlo e basta, ben venga. Da appassionata di cibo (e buona forchetta) sono con voi. Ma se lo fate perché pensate sia più “sostenibile”, no. Cosa c’è di inquinante in un pane buono comprato in un forno di qualità? Se fatto con farine selezionate, se si tratta di un prodotto di livello, perché non dovrebbe andar bene? Il pane viene da sempre venduto nei sacchetti di carta e, se proprio volete ridurre al massimo gli sprechi, potete serenamente prenderlo e infilarlo in una borsa di tela o qualsiasi altro contenitore. Ripeto: va benissimo il “fatto in casa”, ma non facciamolo passare per un gesto eroico zero waste (a maggior ragione se usate farine industriali di bassa qualità, olio d’oliva di dubbia provenienza… a quel punto di rispetto per l’ambiente ce n’è ben poco).

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Le bevande

In questo caso, nulla da aggiungere. C’è in effetti uno spreco di materiale quando si tratta di bevande vegetali (quelle di riso, mandorle, avena e simili sono vendute sempre in tetrapak o plastica), tè freddo, bibite di qualsiasi tipo (a parte il latte vaccino, che potete prendere nei punti vendita alla spina o, se siete così fortunati da averle vicino, direttamente nelle fattorie). Quindi ben vengano le bevande fatte in casa (se ve lo steste chiedendo: no, non le faccio).

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(Biscotti di pasta frolla vegana fatti da me) 

Gli snack

Anche nei panifici vendono biscotti, fette biscottate e grissini sfusi. Per cui sì al “fatto in casa” ma, di nuovo, non è la più sostenibile delle opzioni. Non più di altre. E, ancora, anche gli stessi biscotti industriali alle volte (non sempre, guardate le indicazioni dietro la confezione) sono imballati in sacchi di carta.

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Autoproduzione in casa: detersivi e trucchetti “fai da te”

Sfatiamo subito un mito: l’aceto inquina. Certo, non più di un prodotto per l’igiene della casa convenzionale, di quelli standard da supermercato per intenderci. L’aceto è uno dei rimedi casalinghi, “della nonna” più amati: quanto ci piacciono i rimedi della nonna? Quanto ci fa impazzire questa dimensione “familiare/genuina”? Ha il suo fascino, per carità, ma dobbiamo pure fare i conti con la realtà. In passato non esistevano neanche i telefoni cellulari e “si sopravviveva ugualmente” (frase per me priva di senso), ma non vogliamo mica tornare indietro, sbaglio? Di questo, magari, torneremo a parlarne con calma prossimamente. Dicevo, l’aceto: ma fa poi così bene? I nostri mari la pensano diversamente, a quanto pare (per spiegazioni tecnico-scientifiche, fate pure le vostre ricerche, non è questo il luogo adatto). Quindi via, bocciato. E il resto? Il resto, pare di sì. Sembra che questo acido citrico funzioni davvero. Dico “sembra” perché io non lo uso. Compro detersivi biodegradabili sfusi, riempio sempre lo stesso flacone, non spreco e non inquino: perché questa mia scelta dovrebbe essere meno sostenibile di altre? Solo perché troppo moderna/pratica?

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Autoproduzione nella cosmesi: pomi d’ottone e manici di scopa

Lo ammetto: ho ceduto anche io più volte al fascino della cosmesi fai-da-te. Mi sono sentita una piccola streghetta (ho sempre avuto un debole per le streghe…) sciogliendo cera d’api e burro di karité insieme, aggiungendo gocce di oli essenziali profumati. Dunque, intanto la produzione di cosmetici richiede un quantitativo di materie prime di base. Certo, si può anche fare un “balsamo labbra” con solo burro di karité e miele, ma se parliamo di cosmetici a tutti gli effetti, dalle creme agli shampoo, occorrono ingredienti. Venduti quasi sempre confezionati in plastica. Ora, se ne produciamo molti con grande frequenza, magari lo spreco di materiali è bilanciato, ma se vogliamo fare solo una crema corpo per il gusto di provare a farla o dei burrocacao da regalare a Natale, allora non so quanto convenga acquistare tutte queste materie prime o comprare direttamente i prodotti finiti.

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L’efficacia

E poi, la parte più spinosa: l’efficacia dei prodotti. Leggo spesso di cosmetici autoprodotti che “funzionano proprio come quelli commerciali”… ma ne siamo certi? Come vi ho raccontato nel post sulla cura del viso, ho usato per molto tempo uno struccante fai-da-te facilissimo e molto efficace (per davvero). Infuso di camomilla, extravergine, un po’ di sapone neutro. Toglie il trucco che è una meraviglia, come quasi tutti gli oli (non voglio distruggere i vostri sogni d’amore, ma l’olio di cocco non è Dio sceso in terra, è solo un olio vegetale e, in quanto tale, scioglie il mascara più facilmente. Pure quello di palma sarebbe in grado di “sciogliere”, se solo lo mettessimo alla prova). Ma, a lungo andare, la pelle la sento affaticata. Non mi fa irritazione (altrimenti, non avrei continuato a farlo), non mi causa bolle né altro: è difficile da spiegare, ma sento che la mia pelle, dopo un po’, ne ha abbastanza. Stessa cosa con l’olio di cocco: trovo che appesantisca (nonostante sia un olio piuttosto leggero) la pelle.

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Passi “indietro”

Sono tornata da pochissimo alla mia amata acqua micellare, un prodotto leggero, delicato, che strucca benissimo senza appesantire. L’ho acquistata la scorsa settimana, un flacone grande da 400 ml che a me solitamente durava una vita (sottolineo me, perché mi trucco poco e non tutti i giorni). E, vi dirò, non sono mai stata così felice come quella sera: dopo un anno di oli, olietti ed esperimenti zero waste vari, la mia pelle ha tirato un gran sospiro di sollievo e mi ha ringraziata.

Conclusioni (per oggi)

Non sto dicendo che funzioni così per tutti. Non sto dicendo che i deodoranti solidi non vadano bene, né che gli oli rovinino la pelle. Ma non possiamo neanche forzarci a dire il contrario. E non possiamo pensare che, poiché “fatto in casa”, il nostro prodotto sia automaticamente migliore di quello delle aziende cosmetiche. E così anche in cucina: non poniamoci mai con fare arrogante, a meno che non siamo certi al 100% del fattore sostenibilità di tutti gli ingredienti usati. Sia chiaro: non vi sto invitando a smettere di preparare il pane solo perché fatto con farine industriali. Solo, non raccontiamoci bugie. Il “fatto in casa” fa risparmiare (e neanche sempre), dà gioia, grandi soddisfazioni… ma non è sempre la soluzione migliore. Almeno, io non ho la presunzione di pensare che la mia pizza sia più sostenibile di quella di un pizzaiolo professionista.

Dei miei dubbi circa la fattibilità dell’autoproduzione, invece, parleremo la prossima volta.

 

3 pensieri riguardo “Autoproduzione (prima parte). È davvero la scelta più sostenibile?

  1. Pur non frequentando attivamente nessuna comunità di zero waster, a volte ho avuto anch’io quest’impressione, generale, di spocchia.
    E’ molto più corretto ed equilibrato affrontare questi temi, e l’autoproduzione in particolare, come fai tu: senso critico e passione, che mica si escludono a vicenda… 🙂
    E distinguere bene tra amore per le tradizioni ed efficacia, dato che le due cose non sempre vanno di pari passo (senza contare che di “tradizioni” pullulano i consigli delle zie ed il web, ma ai rimedi davvero utili si mescolano tante, ma tante fregnacce).

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